Paolo Sorrentino, Jude Law, Silvio Orlando e molti altri attori della serie hanno presentato ieri mattina, assieme ai produttori Lorenzo Mieli e Andrea Scrosati, dopo l’anteprima mondiale dello scorso festival di Venezia, The Young Pope, la nuova serie tv in 10 puntate, coproduzione internazionale SKY, HBO e Canal +.

Paolo Sorrentino dopo il Festival di Venezia (leggi il resconto) conquista anche la città eterna, quella che ha ospitato per gran parte le riprese del suo “The Young Pope” con un bravissimo Jude Law nei panni del cardinale Lenny Belardo, diventato Papa Pio XIII. Una serie visivamente in pieno stile sorrentiniano, ma con una sceneggiatura decisamente convincente e sicuramente meno onirica rispetto a quello a cui ci ha abituato il geniale regista premio Oscar. Questo non solo rende la serie ancor più interessante (leggi la recensione dei primi due episodi di “The Young Pope”), ma lancia definitivamente l’autore de “La Grande Bellezza” come un possibile grande regista anche per il piccolo schermo. All’incontro di presentazione a Roma hanno partecipato anche gli altri membri del cast Silvio Orlando,Scott Shepherd, Cécile De France, Javier Cámara, Ludivine Sagnier e i produttori Andrea Scrosati e Lorenzo Mieli.

Come hai affrontato questo passaggio dal cinema alla tv? In questa serie tv si sente l’odore delle case dei vecchi che cercava Jepp Gambardella ne “La Brande Bellezza”?

Paolo Sorrentino: “Ci sono stato poco più di mezz’ora in Vaticano, ma sicuramente c’è. Questo processo produttivo è stato promosso da Sky e da Lorenzo Mieli per tre anni. Devo ringraziare la mia troupe; i ragazzi sono stati di una dedizione non comune. Devo ringraziare questo cast splendido che è un gruppo di attori straordinario. Mi preme ringraziare anche gli attori minori che sono stati in egual modo decisivi. Direi che questa meravigliosa opportunità, che non viene data a numerosi registi, è quella di fare  questa serie con dei produttori che sono Sky, HBO e Canal +. Mi hanno dato libertà creativa e una grande disponibilità economica. Mi accusano spesso di essere presuntuoso, non voglio dire che segniamo un passaggio epocale, ma questa serie è un grande passo avanti”.

Qual’è stato il modello produttivo?

Lorenzo Mieli: “È un modello di lavoro che abbiamo seguito sin dall’inizio con Paolo su un’idea condivisa da entrambi. Ci siamo subito resi conto della scala di questo progetto. L’idea iniziale di fare un Papa americano ci ha portato a costruire una struttura di cast molto ampia. Abbiamo dovuto instaurare un rapporto con diversi partner internazionali. Il primo è stato Sky, poi si sono aggiunti HBO e Canal +, alla loro prima volta in una co-produzione internazionale. Abbiamo portato in questa serie tutto il cinema di Paolo. La sfida più significativa era questo, ma questo è un modello produttivo. The Young Pope è già stato venduto in 110 paesi”.

Paolo Sorrentino: “Allora, mentre parlate ne abbiamo trovato qualcun altro”.

Andrea Scrosati: “Ogni anno vengono prodotte molte serie negli Stati Uniti e noi cerchiamo di prendere le migliori. Questa serie è l’esempio perfetto ed è una produzione completamente diversa. Era evidente sin dal primo giorno quando l’idea era solo il concetto. Era un progetto di Paolo e già per questo era unico”.

Jude, come hai costruito la gestualità, il portamento del potere? Paolo Sorrentino dice che hai usato un misto di incoscienza e consapevolezza.

Jude Law: “Innanzitutto voglio dire che come primo istinto ho avuto quello di cercare di capire quella che è stata la storia del Vaticano. Gli effetti dei vari pontefici sulla fede cattolica, e mi sono subito reso conto dell’enorme impegno che c’era da portare avanti. La prima reazione è stata di panico, ma poi ho raggiunto la consapevolezza di non avere nessuna indicazione chiara su questo Papa, nel mondo creato da Paolo. Mi sono fatto guidare dalla sua regia perché era la strada più chiara per tratteggiare Lenny. Per fare questo sono tornato alla sceneggiatura al fine di costruire un uomo credibile; un 47enne che potesse arrivare al papato stabilendo una serie di regole. Ha lasciato tutti ad interrogarsi su cosa gli passasse per la testa. Questo ha stabilito le basi del personaggio, sulla gestualità e la postura tutto è condizionato dall’abito. Mi ero interrogato sul perché i pontefici tenevano sempre le mani conserte, ma il motivo semplice è che non sai dove metterle. Ho continuato a tenere le mani così anche quando indossavo abiti non di scena. Ho voluto lavorare su una gestualità che potesse trasmettere potenza. Un’impostazione minimalista”.

 

Silvio Orlando, fedele al culto del Napoli quanto a quello di Dio, è stata una sfida recitare in inglese?

Silvio Orlando: “Alla fine di questo film mi sono sentito come la Cristoforetti. Nessuno si aspettava niente da me in inglese, quindi sono molto orgoglioso di essere dentro una cosa così importante e bella. Io appartengo a una generazione in cui la ricerca della bellezza era la ricerca della volgarità. Paolo ha sparpagliato le carte cercando la bellezza attraverso le immagini. Io sono abituato a lavorare in camerette piccole, spesso senza famglia e figlie. Qui non ho avuto figli ma un assistente meraviglioso come Gianluca Guidi. Io e lui siamo Batman e Robin. Sono frastornato e felice di questo nuovo inizio per me che forse può essere rappresentato oggi dalla televisione e della pay tv. Spero che si ristabilisca la dialettica tra produzione e regia, tutto ha funzionato alla perfezione”.

Sophie, in un’organizzazione come il Vaticano il marketing è giovane e donna?

Cécile De France: “Ovviamente durante la lavorazione del film ho sentito di questa scandalosa figura femminile di Francesca, è stato curioso trovarmi in questa situazione. Io come Silvio ho avuto problemi linguistici nel dover parlare in inglese. Sono stata felice di partecipare ad un processo così importante sotto la guida di Paolo e con Jude. Sono partita molto tesa, ma grazie alla generosità di Paolo ho superato questo primo momento. Jude per me è stato una infinita fonte d’ispirazione. Ho potuto entrare a far parte di questo mondo nonostante le prime remore. Non sapevo se sarei mai stata all’altezza del cast e della regia, ma seguendo la straordinaria genialità di Paolo e una delle sceneggiature più belle, il lavoro è stato facile. Facendo parte del cast non protagonista passavano molti giorni tra un ciak e l’altro, ma grazie a Paolo sono entrata facilmente in questo mondo. Sono una sua grande ammiratrice ed amo “La Grande Bellezza”. Lui è un regista che ama tutti i suoi attori stimolando al massimo anche i non protagonisti. Pur colui che ha una sola battuta contribuisce al massimo allo sviluppo della linea narrativa. Amo la sua genialità e la sua capacità di sorprendere. Lavorando sul set trae ispirazione anche da un accessorio o un oggetto, riesce a mettere l’umorismo pure nelle scene drammatiche”.

Lei interpreta una donna sterile, è un’integralista cattolica che incarna un trinomio non facile?

Ludivine Sagnier : “In Vaticano è pieno di anime perse che non hanno vissuto e questa è la descrizione perfetta del mio personaggio. Lei desidera ardentemente una cosa che non riesce ad avere e per questo prova un intenso senso di colpa. Quando ascolta le parole pronunciate dal Papa si identifica pensando di non meritare un figlio. Sono andata a scavare nel mio profondo e al tempo stesso ho voluto prendere le distanze dalla mia fede, credo di essere riuscita ad avere una visione religiosa pregando moltissimo. Avevo già pregato sperando di riuscire ad andare al provino”.

Scott come hai affrontato questo personaggio?

Scott Shepherd: “C’è una battuta pronunciata all’inizio della prima scena e per me è stato il punto di partenza. Lui risponde a Suor Mary confidandogli che preferisce l’odore della merda e della vita; ho lavorato su questo punto per distinguere il mio personaggio da quello di Lenny. Il mio è un progetto più umile, Lenny lo vede come un meccanismo restrittivo. È geniale quello che fa Paolo sull’interrogarsi circa chi sia veramente Lenny. La mia figura e quella di Suor Mary sono fondamentali, conoscendosi sin da piccoli. Non credo di rovinare la sorpresa se vi racconto come Lenny e Dussolier escano di nascosto dall’orfanotrofio e lui dice a Lenny di tornare indietro; lui gli risponde d’accordo ma continua sulla sua strada. Hanno una fede molto profonda lacerata dai dubbi e affrontano questa realtà in modo completamente diverso”.

Monsignor Gutierrez è il volto più candido della fede?

Javier Cámara: “Io non sono candido, sono l’immagine della felicità. Parlare italiano, francese, inglese su Jude senza capire nessuna lingua è il primo miracolo di Young Pope. È una bella sensazione essere nel centro della cristianità con Paolo assieme a questo cast incredibile. Il ruolo di Monsignor Gutierrez è molto spirituale, lui parla con Dio ed è stato un lavoro bello interpretarlo. Paolo non è solamente estetico, qualche scena è piena di emozioni e domande molto profonde. Per me non è stato semplice, ma tutte le scene sono state girate assieme ad un attore incredibile, professionale e pieno di vita come Jude Law. Vorrei fare di più, relizzarne un’altra serie ancora”.

Paolo Sorrentino: “La consapevolezza è nata dopo, davanti alla camera, io non me la cavo molto bene con l’italiano. Quando gli ho chiesto di mandarmi un provino del suo personaggio mi ha mandato un video di lui che ballava con la musica di Raffaella Carrà”.

Javier Cámara: “La prima scena era quella sulla chiamata di Dio. Era un poema difficile da raccontare, ho provato a mandargli questo video di contrasto”.

Paolo Sorrentino: Si evince chiaramente dal filmato di backstage appena visionato che il regista è Jude Law e io dico solo “yes”.

 

Jude Law, dato che spesso si dicono che i registi fanno i film. Che rapporto c’è tra un attore e un regista e che rapporto c’è stato con Paolo Sorrentino? Lei ha ha ascoltato Papa Francesco mentre era a Roma?

Jude Law: “Si, all’inizio sono riuscito a vedere Papa Francesco, ma così come con tanti altri buoni propositi tra cui imparare l’italiano è stato impossibile tornare a sentirlo. Anche le lezioni di italiano sono state impossibili. Il rapporto regista e attore dipende dal primo, ma come abbiamo detto tutti siamo stati estremamente fortunati. Siamo ammiratori del lavoro di Paolo e ci siamo trovati davanti una sceneggiatura chiarissima e precisa, con una visione netta e questo ci dava del materiale molto articolato. Per quanto riguarda la domanda sul rapporto di odio e amore posso solo dire che nei casi migliori, questo ne è un esempio perfetto, il lavoro in armonia può solo portare i risultati migliori. È stato semplicissimo comprendere sin dall’inizio la visione di Paolo. Per me come attore non esiste che io parta da un processo o un metodo. Il compito di un attore è capire ciò che vuole il regista. Lavorare con Paolo ha significato avere ben presente la sua chiarezza e la visione di fare cinema. Da una parte c’è la composizione estetica, dall’altra il cuore e il sentimento. Il compito dell’attore è essere il ponte tra queste due cose. Sta a lui dar vita al personaggio”.

Mieli si può sapere quant’è stato il budget complessivo? Questa serie tv rompe a livello estetico. Vorrei essere aiutata a capire meglio ciò che essa voleva dire rispetto alla fede e alla chiesa? Il contenuto a me sa di vecchio.

Lorenzo Mieli: “Il budget della serie è stato 40 milioni di euro”.

Paolo Sorrentino: “Spero vivamente che non abbiamo speso 40 milioni per un pagliacciata. Volevamo dire qualcosa di diverso perché gli italiani hanno rappresentato il clero per la sua infallibilità, mentre nella malvagità dobbiamo riferirci più agli americani. Volevamo raccontare esseri umani comuni, e questo non era mai stato fatto davvero. Ci auguriamo di essere riusciti a farlo. Avete visto solo due puntate, io non posso parlare delle altre, ma in line ove la rappresentazione è sempre stata falsa”.

Sorrentino: “Ve lo dite da soli… (Risate in sala)”

Trovo questo lavoro molto promettente, chi ha avuto l’idea di far assumere al Papa il nome Pio XIII? Avete preso spunto dalla postura di Pio XII nella famosa foto effettuata dopo i bombardamenti di San Lorenzo? Jude dove hai comprato questi fantastici pantaloni?

Jude Law: “E un abito intero, niente pantaloni da soli”.

Paolo Sorrentino: “L’immagine l’ho trovata io ma è famosissima. Poi per non prenderci troppo sul serio con Jude abbiamo deciso di rivolgerci all’esultanza di Rooney”.

 

Ron Howard ha visto Gomorra e aspettava The Young Pope. Il Wall Street Journal parla di un rinascimento italiano, a che punto siamo?

Andrea Scrosati: “Siamo sul palco con un esempio perfetto. La forma di questa seria è una direzione diversa. Questo budget, se lo trasformiamo in dollari è in linea con le più grosse produzioni internazionali, ed è stato speso per il 90% in Italia ma per 2/3 arriva dall’estero. Vuol dire che la gente vuole investire sul talento creativo. Il talento italiano è una non notizia, la differenza è il sistema produttivo che permette di realizzare le sue visioni qui e non oltreoceano. Questo non ha solo un grande impatto in termini industriali. Il punto di vista che abbiamo qui è molto diverso rispetto agli altri. La figura del Papa va oltre il ruolo religioso, tutti ci siamo confrontati; la serie ha anche forte impatto sulla cultura e la politica. Credo che il tipo di empatia che ha costruito Paolo con la figura di Lenny Belardo, e si evince in ogni momento della serie, credo sarebbe stata molto difficile trovarla in qualche regista non italiano”.

Paolo Sorrentino: “Sono anni che ci diciamo come l’Italia sia un luogo con tantissime storie, anche per una ragione geografica è sempre stato un crocevia. Il problema era come sbloccare queste storie, questo compimento si sta avverando grazie a quello che diceva Silvio Orlando. Si è ripristinata una sana dialettica tra produzione e autori in cui nessuno dei due diventa arrogante. Gli autori la finiscono su una rivendicazione di potere assoluto, per una creativitià inattaccabile, e i produttori non dicono più di sapere tutto. Ora ci si ascolta”.

Volevo chiedere a Jude Law che ci ha già raccontato come si è calato nell’abito del Papa, come si è immedesimato nelle contraddizioni che sfociano in discorsi “terribili”? Lei ha ribadito oggi che questo lavoro non vuole essere una provocazione. Ci sono definizioni che non passeranno inosservate in Vaticano. Guardando la serie è evidente che potrebbe rivelarsi alquanto provocatoria, non crede?

Jude Law: “Io credo che, per quanto riguarda il personaggio, non sia necessario capirne le contraddizioni ma soltanto cercare di rappresentarle. Questo lavoro nel suo insieme è una amalgama di contraddizioni, il mio compito non è stato quello di scavare nel profondo per comprenderle appieno. Questo è stato il mio impegno, essendo un uomo che non mente, dovevo capire come far dire il giorno dopo il nero è bianco. Aggiungo che, con il senno del poi, guardando questo personaggio si può riassumere il suo percorso come un cambiamento. Ci possono essere mutamenti che potranno essere compresi via via che si va avanti”.

Paolo Sorrentino: “Quando dico che non è provocatoria è perché so come va a finire, la narrazione ribalterà le premesse. Il ragionamento e le emozioni sul mondo del clero sono dettate dall’urgenza di voler capire una provocazione”.

Jude interpreta un giovane papa molto tormentato, condivide qualcosa con lui?

Jude Law: “No, ho i miei tormenti personali. Detto questo però nel corso di questa esperienza ho aperto gli occhi sul mio rapporto con la fede. Ho riesaminato un po’ il mio rapporto con essa e questo fa parte dell’opera. Questo percorso mi ha portato ad un intenso livello di profondità, ponendomi domande sul senso della fede. Spero che tutti possano pensare alla fede come una cosa che cambia, oppure ad una cosa che non cambia”.

Dove è stato effettivamente girato il tutto, qual è la mezz’ora in vaticano e se queste ambientazioni hanno influenzato la recitazione di Jude?

Paolo Sorrentino: “Siamo io e Jude che abbiamo fatto una passeggiata in Vaticano; la maggior parte degli interni sono stati ricostruiti a Cinecittà. I giardini sono stati rubati dall’orto botanico a Trastevere e da altri giardini”.

Silvio Orlando: “Anche io c’ero in Vaticano, non vorrei di niente. Nel momento in cui duemila turisti erano entrati nella Cappella Sistina, noi siamo usciti e tutti quelli, provenienti da ogni parte del mondo, hanno cominciato a guardare Jude al posto della Cappella”.

Jude Law: “Io volevo solo aggiungere che tornare a Roma è stata un’esperienza straordinaria, non parliamo di viverci. Mi sono sentito a casa, devo dire davvero grazie alla città. È stato meraviglioso lavorare con un cast tecnico italiano così straordinario e ringraziare lo splendido sole. È stata un’esperienza personale straordinaria”.

C’è una battuta in cui dice “i capelli mi fanno male”, come mai hai messo una battuta presa da Antonioni? E per l’imitazione di Crozza? Paolo, ti senti pronto per uno 007 d’autore?

Paolo Sorrentino: Quella è una battuta di Antonioni con un effetto comico involontario, l’avevo tagliata in un mio precedente film e stavolta l’ho inserita. L’imitazione di Crozza mi ha divertito molto. Non sono pronto a fare uno 007, ma mi piacerebbe molto.

 

Avete parlato di dialettica con i produttori, questa formula è possibile riproporla anche al cinema? Per Paolo, il miracolo che ha scoperto nella curia è l’ironia?

Lorenzo Mieli: Credo che il tipo di dialettica di cui abbiamo parlato oggi sia stato nel passato tipico del cinema; forse per qualche anno non c’è stata più. Questa cosa è nata da un’idea ambiziosa di Paolo che, raccontata ad un produttore farebbe tremare le gambe. Il produttore poi ha chiamato le persone giuste per un progetto così rischioso. La prima telefonata per me è stata chiamare Andrea di Sky, ma servivano altre persone che collaborassero. Andrea Scrosati, prima parla di 460 serie l’anno in America ma, in quel momento dovevamo decidere se puntare un faro che ci avrebbe fatto spendere due anni in un unico progetto.

Andrea Scrosati: Paolo ha detto una grandissima verità, prodotti di questo tipo comportano un rischio molto alto e riescono se ciascuno degli attori svolge il suo ruolo fino in fondo. Bisogna capire l’opportunità di imparare qualcosa. Lo stesso progetto va visto in un costante composto di differenti punti di vista.

Hai alternato delle immagini molto potenti a quelle della fiction italiana, non credi?

Paolo Sorrentino: Io ritengo che se tu pensi che se questa abbia una benchè minima luce di fiction italiana non hai capito molto di questo lavoro. Però qui si vede male in proiezione, effettivamente”.

Questo Papa contrasta molto con l’immagine dei potenti di questo periodo, è l’unico che non vuole piacere alla gente e resta in ombra. Quando Jude Law parla di una persona incapace di dire bugie forse tra i suoi intenti c’è quello che la verità potrebbe non piacere?

Paolo Sorrentino: Il personaggio del Papa di Jude Law dice che “i potenti di oggi sono caratterizzati dalla perdita totale del mistero”. Ciò non è più necessario. Svelare sempre se stessi è proficuo, basta vedere internet. Questo Papa pur essendo moderno ha invece molto chiara l’idea che alimentare il mistero su di se possa essere una strategia di successo. Lui vuole il successo della chiesa, che poi è la preoccupazione principale del Vaticano. Una parte del filone della serie è giocato su questa scommessa del Papa.

Dopo San pipita a chi si affiderebbe?

Silvio Orlando: “Proprio oggi non si poteva fare questa domanda, con l’infortunio di Milik è durissima. Penso che serva di lezione a tanti napoletani che hanno buttato bestemmie su Higuain. Dobbiamo di credere nel vitello sacro e affidarci al collettivo”.

Paolo Sorrentino: “Il calcio è come il cinema. Bello da vedere ma noioso da parlarne”.

Lei usa spesso gli animali, qui un canguro. Cosa rappresentano per lei questi animali?

Paolo Sorrentino: “Non lo so, mi piacciono molto. Con 40 Milioni si possono fare delle cose, hanno un senso ma do una risposta di ordinanza. Non è così strampalato al papà arrivano regali anche più strampalati”.

Il produttore della serie Lorenzo Mieli conclude con una notizia di grande importanza: “In questo momento tanto era la mole di cose non raccontate che Paolo ha iniziato a scrivere la seconda stagione”

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Thomas Cardinali

Giornalista pubblicista appassionato di cinema, serie tv e sport. Dopo aver gestito un blog e aver collaborato con testate nazionali (Romanews.eu, Blogdicultura, FilmUp) ed internazionali (melty.it) ho deciso di dedicarmi al nuovo progetto di Talky per un network indirizzato al pubblico under 30.

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